Addio al sociologo Giovanni Battista Sgritta, dai più ricordato ‘non solo come un grande Professore universitario, ma soprattutto un uomo dotato di grande umanità’

Addio al sociologo Giovanni Battista Sgritta, dai più ricordato ‘non solo come un grande Professore universitario, ma soprattutto un uomo dotato di grande umanità’

Lo scorso anno, subito dopo l’inizio del lockdown, interpellato da molti sul cambiamento delle relazioni sociali, Sgritta aveva spiegato che “questa epidemia ha dato un colpo durissimo ad una socialità fragile. Pensiamo, soprattutto a chi sulla socialità fa conto per l’assistenza e la sopravvivenza, come gli ultimi della società, le persone senza casa, senza fissa dimora, coloro che sono affetti da malattie gravi. Finora potevano contare sull’attenzione di associazioni, volontari, di una comunità, e oggi le difficoltà nel garantire una continuità a questo aiuto si sono moltiplicate, perché il Coronavirus ha abolito la promiscuità. La speranza è che non ci sia una totale assuefazione ad un livello di vita dove non solo la sicurezza è precipitata, ma anche il livello di cura cali pericolosamente: gli ospedali al momento hanno rinviato tutto ciò che non è urgente, e le persone seguite per altri motivi che non riguardano il virus rischiano di tenersi addosso anche la paura delle cure mancate. Agire senza attendere le emergenze deve diventare la priorità: pensiamo alla telemedicina, di cui si parla dagli anni Novanta ma che concretamente non è mai diventata uno strumento di prossimità, non rimandiamo più i servizi che in situazioni come quella di oggi avrebbero sicuramente aiutato”. Queste, le ultime riflessioni del sociologo Giovanni Battista Sgritta in merito ai cambiamenti sociali provocati dal Covid.

È venuto a mancare nella serata di domenica 28 febbraio il sociologo Giovanni Battista Sgritta. Aveva 78 anni. Professore emerito di Sociologia all’Università “La Sapienza” di Roma e managing
editor della «International Review of Sociology», Sgritta aveva dedicato una vita alla didattica e alla ricerca, con numerose rierche dedicate agli ambiti del lavoro, della famiglia e dei giovani.
Nato a Merano (Bolzano) il 24 giugno del 1943, aveva intrapreso la carriera accademica subito dopo la laurea in Scienze statistiche e demografiche. Professore ordinario di Sociologia dal 1993, il17 marzo del 2015 è stato nominato “Emerito” dal Senato accademico dell’Università di Roma La Sapienza. In quell’occasione la comunità scientifica del Dipartimento di Scienze Statistiche sottolineò il riconoscimento “a coronamento d’una carriera proficua dal punto di vista sia della didattica, sia della ricerca”. Autore di numerosi libri sui temi dell’inclusione sociale, della crisi e della discriminazione (tra cui “Dentro la crisi – Povertà e processi di impoverimento in tre aree metropolitane” – Franco Angeli), Sgritta è stato direttore del master Fonti, strumenti e metodi della ricerca sociale ed è stato anche membro della Commissione di indagine sull’esclusione sociale.
Lo scorso anno, subito dopo l’inizio del lockdown, interpellato da molti sul cambiamento delle relazioni sociali, Sgritta aveva spiegato che “questa epidemia ha dato un colpo durissimo ad una
socialità fragile. Pensiamo, soprattutto a chi sulla socialità fa conto per l’assistenza e la sopravvivenza, come gli ultimi della società, le persone senza casa, senza fissa dimora, coloro che
sono affetti da malattie gravi. Finora potevano contare sull’attenzione di associazioni, volontari, di una comunità, e oggi le difficoltà nel garantire una continuità a questo aiuto si sono moltiplicate, perché il Coronavirus ha abolito la promiscuità. La speranza è che non ci sia una totale assuefazione ad un livello di vita dove non solo la sicurezza è precipitata, ma anche il livello di cura cali pericolosamente: gli ospedali al momento hanno rinviato tutto ciò che non è urgente, e le persone seguite per altri motivi che non riguardano il virus rischiano di tenersi addosso anche la paura delle cure mancate. Agire senza attendere le emergenze deve diventare la priorità: pensiamo alla telemedicina, di cui si parla dagli anni Novanta ma che concretamente non è mai diventata uno strumento di prossimità, non rimandiamo più i servizi che in situazioni come quella di oggi avrebbero sicuramente aiutato”.

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