Allarme Confindustria: stagnazione e Pil sotto l’1%

Allarme Confindustria: stagnazione e Pil sotto l’1%

Un rapporto del Centro Studi evidenzia come ci sia stato nel 2018 un +0,9% in media d’anno, crollo della produzione industriale. E intanto si allarga la forbice tra ricchi e poveri.

Una Italia “ferma” ed una finanza pubblica “dinanzi ad un bivio”. E’ quanto prevede per il prossimi due anni un rapporto del Centro Studi di Confindustria che, tracciando un consuntivo definitivo del 2018 ha evidenziato anche un +0,9% in media d’anno per il Pil e una interruzione della crescita dell’attività industriale in Italia, registrando un -2,3% nel corso dell’anno con un crollo a fine periodo. “L’economia italiana è prevista sostanzialmente in stagnazione nel 2019 e in esiguo miglioramento nel 2020”, si legge nel rapporto di Viale dell’Astronomia, rispetto alle previsioni formulate ad ottobre 2018, la crescita per quest’anno è rivista nettamente al ribasso: tre quarti da minore domanda interna, un quarto da quella estera. Per l’associazione degli imprenditori nel 2019 “la domanda interna risulterà praticamente ferma e una recessione potrà essere evitata solo grazie all’espansione, non brillante, della domanda estera. A meno che non si realizzi l’auspicato cambio di passo nella politica economica nazionale”. Confindustria, quindi parla di una finanza pubblica che sembra essere arrivata dinanzi ad un bivio: “Quest’anno il deficit aumenta di mezzo punto di PIL. Per il 2020 il Governo ha sostanzialmente ipotecato i conti pubblici con l’ultima Legge di bilancio e non ci sono opzioni né facili, né indolori: la scelta sarà tra aumentare l’IVA (come previsto dalle clausole) o far salire il deficit pubblico. La scrittura della prossima Legge di bilancio sarà un arduo esercizio”. Il blocco atteso nel 2019 viene spiegato con la concomitante presenza di diversi fattori come la bassa fiducia delle imprese, l’elevata incertezza sulla domanda, la mancata conferma del super-ammortamento nella Legge di bilancio, la bassa efficacia dei provvedimenti dell’ultima manovra di bilancio (mini- IRES) ed il riassestamento fisiologico dopo gli incentivi degli ultimi anni. A questo si aggiunge il taglio delle stime di crescita per l’Italia effettuato dall’agenzia di rating Standard & Poor’s che, in un report di analisi sull’economia dell’eurozona, ha rivisto per il 2019 l’aumento del Pil dallo 0,7% previsto a dicembre 2018 allo 0,1% con una crescita che nel 2020 si fermerà allo 0,6%. Fiducia e ottimismo sono invece le parole chiave ripetute come un mantra a Palazzo Chigi , in attesa dei primi risultati derivanti dall’applicazione delle misure del reddito di cittadinanza e di quota 100, ed espresse da tutto il gabinetto di Governo con in testa il premier Conte che confessa come l’Esecutivo avesse previsto “un momento di rallentamento della crescita” e motiva il calo del Pil per la presenza di una “congiuntura internazionale non favorevole”. Il vicepremier Salvini si dice convinto che tutte queste previsioni nefaste saranno disattese rispolverando anche il concetto di “gufi”, tema che è stato caro alla narrazione governativa renziana. In un quadro del genere, si inserisce anche il recente rapporto dell’Oxfam che evidenzia come nel 2018 sia aumentato nel nostro Paese il gap economico e sociale tra ricchi e poveri. Secondo lo studio dell’organizzazione umanitaria, in Italia il 20% più ricco dei nostri connazionali possedeva nel 2018, nello stesso periodo, circa il 72% dell’intera ricchezza nazionale, il 5% più ricco degli italiani era titolare da solo della stessa quota di ricchezza posseduta dal 90% più povero. A livello mondiale le fortune dei super-ricchi sono aumentate del 12% lo scorso anno, al ritmo di 2,5 miliardi di dollari al giorno, mentre 3,8 miliardi di persone, che costituiscono la metà più povera dell’umanità, hanno visto decrescere quel che avevano dell’11%. L’anno scorso, da soli, 26 ultramiliardari possedevano l’equivalente ricchezza della metà più povera del pianeta. Infine, si sottolinea come ci sia una forte correlazione tra disuguaglianza economica e disuguaglianza di genere: a livello globale gli uomini possiedono oggi il 50% in più della ricchezza netta delle donne e controllano oltre l’86% delle aziende. Anche il divario retributivo di genere, pari al 23%, vede le donne in posizione arretrata. Un dato che per di più non tiene conto del contributo gratuito delle donne al lavoro di cura.

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