Ddl Zan, il Vaticano impugna il Concordato del 1984 e chiede di modificare l’articolo 7

Con una lettera consegnata da monsignor Gallagher, considerato il braccio destro di Papa Francesco, il Vaticano ha chiesto di rispettare le revisioni del 1984 dei Patti Lateranensi e modificare l’articolo 7 della Legge Zan, nel timore che possa limitare la libertà di azione e di opinione di ecclesiastici e fedeli.

Monsignor Gallagher

Il Vaticano è intervenuto con una lettera contro alcuni dettagli del Ddl Zan, la legge contro l’omotransfobia già approvata dalla Camera dei deputati il 4 novembre scorso e da allora bloccata in Senato. La nota è stata consegnata di persona dal segretario per i Rapporti con gli stati (equivalente al nostro ministro degli esteri, ndr) mons. Paul Richard Gallagher all’ambasciata italiana all’interno della Santa sede.

Non è la prima volta che il Vaticano si muove contro il Ddl Zan. La prima fu a giugno dello scorso anno, quando ne aveva sottolineato la scarsa utilità dichiarando che “Esistono già adeguati presidi con cui prevenire e reprimere ogni comportamento violento o persecutorio”. La seconda meno di due mesi fa, con un intervento di Gualtiero Bassetti, presidente della Conferenza episcopale italiana, che invece ne temeva il radicalismo: “Una legge che intende combattere la discriminazione non può e non deve perseguire l’obiettivo con l’intolleranza”. Un po’ come accadde nel 1974 con il referendum sul divorzio, che attirò le condanne dell’allora papa Paolo VI, e con quello sull’aborto del 1981 sotto il pontificato di Giovanni Paolo II. O anche quando, in tempi più vicini a noi, nel 2005 il cardinale Camillo Ruini si impegnò contro il referendum abrogativo della legge 40 sulla fecondazione medicalmente assistita e la ricerca scientifica sulle cellule staminali.

Ma si trattava di singole prese di posizioni, interventi non ufficiali, spesso filtrati attraverso i partiti di riferimento. Mai la Santa sede di era mossa a un simile livello diplomatico, impugnando persino gli aggiornamenti del 1984 ai Patti lateranensi (firmati dall’allora Presidente del Consiglio dei ministri Bettino Craxi e dal cardinale Agostino Casaroli), lamentando che il Ddl violerebbe in “Alcuni contenuti l’accordo di revisione del Concordato”.

L’intervento della Santa sede ha provocato reazioni contrastanti. Da una parte Enrico Letta, il primo ad aver rilasciato una dichiarazione a proposito, ha ammesso di essere disponibile a discuterne ma ha confermato il suo sostegno al provvedimento: “Siamo pronti a guardare i nodi giuridici ma sosteniamo l’impianto della legge che è una legge di civiltà”. Più nette e diametralmente opposte le posizioni di Matteo Salvini, che ha ringraziato “Il Vaticano per il buonsenso” e del deputato PD Alessandro Zan, che ha difeso il Ddl che porta il suo cognome e ha dichiarato come i timori della Santa sede siano infondati: “Alla Camera sono sempre state ascoltate con grande attenzione tutte le preoccupazioni e come anche confermato dal Servizio studi Senato, il testo non limita in alcun modo la libertà di espressione, così come quella religiosa. E rispetta l’autonomia di tutte le scuole”.

Alessandro Zan

Ma cosa dice l’articolo 7, tanto temuto in Vaticano? Lo scopo principale del Ddl Zan, citiamo, è di “Contrastare e prevenire la discriminazione e la violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, nonché sull’identità di genere e sulla disabilità” e vuole equiparare queste discriminazioni a quelle commesse per motivi etnici, razziali, nazionali o religiosi. Inoltre aggiunge aumenti di pena nei casi in cui vi sia l’aggravante dell’omotransfobia e introduce reati nuovi, come la propaganda di idee che potrebbero spingere a commettere atti discriminatori.

C’è chi vede quindi nel Ddl Zan un approfondimento necessario di leggi già esistenti, e chi invece crede che sia un’inutile ridondanza. In particolare il Vaticano teme che questo Articolo 7 possa impedire alla Chiesa di svolgere la sua funzione educativa e pastorale, violando in questo modo i già citati Patti del 1984. Nella lettera consegnata da mons. Gallagher si legge infatti che “Alcuni contenuti attuali della proposta legislativa in esame presso il Senato riducono la libertà garantita alla Chiesa Cattolica dall’articolo 2, commi 1 e 3 dell’accordo di revisione del Concordato”.

Il comma 1 di cui si parla è quello che garantisce alla Chiesa “Libertà di organizzazione, di pubblico esercizio di culto, di esercizio del magistero e del ministero episcopale”, mentre il 2 garantisce “Ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”.

Semplificando, il Vaticano teme che le posizioni omofobe di alcuni esponenti della Chiesa e di alcuni fedeli, se dichiarate in pubblico, possano essere perseguite come reato, violando così la libertà di opinione. Inoltre, dal momento che il Ddl prevede anche l’istituzione di una giornata contro l’omotransfobia, la Santa sede teme che questa ricorrenza venga imposta nelle scuole, incluse quelle cattoliche.

Ma i timori sembrano ingiustificati. Un altro articolo del Ddl, il numero 4 intitolato “Pluralismo delle idee e libertà delle scelte” ribadisce come “Sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte”.

Anche i promotori di questa legge hanno ribadito più volte come essa non metta in discussione la libertà di opinione, e le varie associazioni, enti, ecclesiastici e singoli cittadini potranno continuare, ad esempio, a difendere i diritti di una coppia tradizionale rispetto a quella composta da persone dello stesso sesso. Semmai, le ripercussioni legali vi saranno nel caso di istigazione a commettere reati nei confronti di coppie omosessuali.

Ora si teme che le modifiche richieste dalla Santa sede possano far ripartire da zero l’intero percorso di approvazione della legge, che rischierebbe così di rimanere bloccata in Senato anche a questo giro di Legislatura. Ma le fonti vaticane spiegano che l’intervento sul Governo italiano non ha l’obiettivo di bloccare il Ddl, ma di “Rimodularlo in modo che la Chiesa possa continuare a svolgere la sua azione pastorale, educativa e sociale liberamente”.

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