Foggia: indagata per caporalato la moglie di Michele Di Bari

Rosalba Bisceglia, imprenditrice agricola e moglie del capo del Dipartimento per l’immigrazione del ministero dell’Interno, è tra i 16 accusati di caporalato dalla Procura di Foggia. Subito dopo la notizia Di Bari ha dato le dimissioni.

L’inchiesta “Terra Rossa”, condotta dai militari del Nucleo operativo e radiomobile della compagnia Carabinieri di Manfredonia e da quelli del Nucleo ispettorato del lavoro di Foggia, è iniziata “Dalla diffusa situazione di illegalità radicata nelle campagne del foggiano, non indifferente ai Carabinieri che quotidianamente svolgono servizi di controllo del territorio in quell’area”.

L’indagine ha portato alla luce un intero sistema di sfruttamento: braccianti sfruttati e pagati in nero, buste paga false, fotocopie di assegni vai versati e compilati solo per evitare i controlli, finti certificati di visite mediche mai effettuate, incontri clandestini tra padroni e caporali per i pagamenti in contanti delle paghe destinate ai lavoratori, dalle quali veniva puntualmente trattenuta una quota.

Dall’inchiesta, svolta da luglio a ottobre dello scorso anno, è partita l’ordinanza di Margherita Grippo, Gip di Foggia, che ha portato all’iscrizione sul registro degli indagati di 16 persone per sfruttamento del lavoro e intermediazione illegale di manodopera, oltre a 10 aziende agricole ora sottoposte a controllo giudiziario (Un’amministrazione controllata della durata di un anno).

Dei 16 indagati, tre si trovano ai domiciliari (gli imprenditori bianchi Emanuele Tonti, Michele Boccia e Vincenzo De Rosa) due in carcere (i caporali neri Bakary Saidy e Kalifa Bayo), mentre i restanti 11 sono sottoposti a obbligo di dimora.
Bayo e Saidy, in particolare, secondo l’accusa erano due delle colonne principali dell’intero sistema, poiché reclutavano i braccianti, li trasportavano nei vari campi e li sorvegliavano durante la giornata di lavoro, oltre a fare da tramite tra le aziende agricole e i lavoratori. I due caporali, inoltre, pretendevano 5 euro da ogni lavoratore solo per aver fatto da intermediari.

Il sistema era talmente ben studiato che Saidy e Bayo si occupavano anche di istruire i braccianti su cosa dire e come comportarsi in caso di controlli. Ad esempio dovevano affermare di essere stati messi a regolare contratto e di ricevere 65 euro al giorno per 7 ore di lavoro, mentre in verità lavoravano in nero e percepivano 35 euro (di cui 5 da destinare, come abbiamo visto, ai caporali) per 10 ore.

Secondo i carabinieri “Caporali, titolari e soci delle aziende avevano messo in piedi un apparato quasi perfetto che andava dall’individuazione della forza lavoro necessaria per la lavorazione dei campi al reclutamento della stessa, fino al sistema di pagamento, risultato palesemente difforme, nonché dalla tabella paga per gli operai agricoli a tempo determinato della provincia di Foggia”.

Il giro d’affari complessivo si aggirava sui 5 mln di euro all’anno. In particolare secondo l’accusa Rosalba Bisceglia, che conduce l’azienda agricola “Sorelle Bisceglia” insieme alle sue sorelle Maria Cristina e Antonella, si occupava di gestire le finte buste paga, oltre a trattare con i caporali e con Matteo Bisceglia, responsabile del controllo generale dei campi. Ad ammetterlo è lo stesso Matteo Bisceglia al telefono con Saidy: “Guarda che delle buste paga se ne occupa la signora”. Per i Pm, in particolare, la donna “Era consapevole della condizione di sfruttamento e trattava direttamente con uno dei caporali”.

Tutto questo mentre suo marito, Michele Di Bari, già Prefetto vicario di Foggia per otto anni, si occupava degli incarichi più istituzionali, tra cui trasformare Borgo Mezzanone, dal quale proveniva la maggior parte della manodopera dei campi, in un modello di accoglienza ed efficienza. In verità lì tutti i braccianti, circa duemila persone, vivevano, dormivano e mangiavano in una sorta di accampamento/baraccopoli in pessime condizioni sanitarie e igieniche, ben lontane dal modello di accoglienza ed efficienza della propaganda. Ricevuta la notizia dell’iscrizione della moglie al registro degli indagati, Di Bari ha subito rassegnato le dimissioni, accettate in breve tempo dalla ministra Lamorgese.

 

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