Giusy D’Amico (Non si tocca la famiglia):  contro l’impoverimento culturale è necessario raggiungere la parità scolastica

Giusy D’Amico (Non si tocca la famiglia): contro l’impoverimento culturale è necessario raggiungere la parità scolastica

Il Pomeridiano intervista la dott.ssa Giusy D’Amico, Presidente dell’Associazione “Non si tocca la famiglia”, da alcuni anni, impegnata nella difesa “della bellezza della famiglia naturale”.

“Crediamo che la nostra nazione debba coltivare l’ambizione di raggiungere l’Europa sulla parità scolastica, che noi abbiamo già riconosciuto 20 anni fa con la legge 62 del 2000. Ma a oggi questa legge non è stata ancora applicata e c’è una fortissima discriminazione tra bambini ricchi e poveri”. Il Pomeridiano intervista la dott.ssa Giusy D’Amico, Presidente dell’Associazione “Non si tocca la famiglia”,
da alcuni anni, impegnata nella difesa “della bellezza della famiglia naturale”.

Presidente D’Amico come nasce l’Associazione “Non si tocca la famiglia”?

L’Associazione ‘Non si tocca la famiglia’ nasce nel 2013 a margine di un convegno sulla libertà di scelta educativa della famiglia. Dal quel momento ci siamo riuniti con famiglie, docenti e dirigenti scolastici, che hanno messo competenze diverse e professionalità a servizio di questo progetto. Abbiamo un’equipe scientifica, un’equipe legale e un’equipe pedagogica che in questi anni hanno lavorato per tutelare la famiglia, la figura del padre e della madre, e tutelare la libertà educativa dei genitori a scuola. In questi anni ci siamo occupati anche del tema della vita, dal concepimento naturale alla morte naturale. Questo è il nostro impegno che ci ha portato a vedere negli attuali accadimenti la necessità di un nostro intervento per fare chiarezza su alcuni progetti e convegni che, nonostante la pandemia, si tengono su tematiche controverse e sensibili.

Una delle vostre battaglie principali è quella sulle scuole paritarie. Qual è la situazione in Italia?

Siamo schierati da sempre su questo fronte e lo consideriamo il nostro obiettivo più alto. In Italia esiste la legge 62 del 2000, ma a oggi non è stata ancora applicata e c’è una fortissima discriminazione tra bambini ricchi e poveri. La pandemia ha rivelato un sistema scolastico pubblico estremamente compromesso, e quindi la necessità di offrire alle utenze una grande libertà di scelta su quale scuola individuare per l’istruzione dei propri figli. Quindi è giunto il momento di applicare la legge e fare un ragionamento serio. Aggiunto che questo potrà generare sane competizioni tra scuole, con un’offerta qualitativamente più alta e con una distribuzione dei denari più intelligente, perché secondo noi ci sono gravi emorragie di denaro all’interno del settore pubblico che vanno riviste. Nel giugno dello scorso anno abbiamo lanciato la campagna “Liberi di educare”, e sosteniamo il progetto di Suor Anna Monia Alfieri. Ci sono state più di 8 associazioni coinvolte in una campagna di sensibilizzazione, che ha registrato una grande trasversalità e convergenza dal punto di vista politica. Quindi ci auguriamo che questa parità scolastica venga raggiunta al più presto che il Ministro dell’istruzione Patrizio Bianchi  ha dato parere positivo. Mi riferisco in particolare alla definizione di un costo standard per alunno, una sorta di assegno per ogni bambino da spendere alla scuola che più è confacente alla famiglia, e che consente un azzeramento delle disparità sociali tra bambini e famiglie meno abbienti e più ricche. Ricordo anche la battaglia fatta lo scorso anno, durante il lockdown, per sostenere le famiglie che non potevano più sostenere la retta.

Dott.ssa D’Amico, vi siete molto battuti per una detraibilità delle rette al fine di poter offrire un maggiore sostegno alle famiglie, cosa ci può raccontare a riguardo?

Sin dall’inizio abbiamo chiesto una detraibilità per aiutare le famiglie a poter sostenere questo costo. Quello che chiediamo è più vicino ai patti territoriali tra comuni e regioni: già accade in Lombardia, dove è previsto il costo standard per allievo nella scuola dell’infanzia. Noi abbiamo ottenuto un’importante vittoria quest’anno con un altro flash mob fatto lo scorso 30 gennaio a Piazza Montecitorio (quando si chiudeva la legge di bilancio) per raggiungere il costo standard per allievo disabile. Oggi chi si iscrive a scuola non paga l’insegnante di sostegno. Queste sono piccole grandi vittorie che ci fanno ben sperare che la strada è aperta.

Quali altre iniziative sono state intraprese?

La prima senza dubbio è quella per il raddoppio del fondo destinato alle scuole paritarie. Fondi che è bene precisare vanno alle famiglie, che soprattutto dopo il lockdown non hanno potuto più sostenere la retta. Molti genitori sono stati costretti a trasferire i propri figli in altre scuole e strutture che non conoscevano. Aggiungo anche che in seguito alla pandemia ben 140 scuola paritarie hanno chiuso e questo è inaccettabile nel momento in cui il livello dell’apprendimento sta scendendo. Tutti sappiamo il grande fallimento della didattica a distanza sia in termini di empatia e di relazione, e acquisizione di quelle discipline che in presenza hanno il collegamento con l’insegnamento.

Cosa ne pensa della didattica a distanza?

Questa pandemia, attraverso la didattica a distanza, ci ha dimostrato qualcosa che già sospettavamo da tempo. I ragazzi sono esposti al grave disagio dell’analfabetismo affettivo. Come docente posso assicurare che abbiamo lavorato così tanto nel liberare i nostri ragazzi dalle dipendenze della rete. Per questo fa male vederli oggi coinvolti a 360 gradi in relazioni che fruttano al 10% in modalità che con l’apprendimento hanno molto poco a che vedere, e che invece hanno molto a che vedere con il loro disagio psicoaffettivo, che invece sta venendo fuori. Ci sono dati inquietanti sulle dipendenze, le depressioni e i tentati suicidi, per non parlare di tutto il bombardamento attraverso social network come Tik Tok e Instagram. Abbiamo lanciato una petizione nazionale in cui richiediamo la rimozione da Tik Tok di quei video ad alto rischio per i nostri figli. Al Ministero della pubblica istruzione, cui abbiamo inviato un documento specifico, chiediamo che nel patto di corresponsabilità tra scuola e famiglia venga inserito un punto dove sia riconosciuto l’obbligo delle famiglie, all’atto dell’iscrizione, di formarsi sui rischi della rete. In ultimo abbiamo chiesto al garante della privacy di innalzare il livello di accesso a queste piattaforme: quindi non più a minori di 13 anni, bensì di vietarli ai minori di 16 anni. Stiamo lavorando in maniera serrata per avere interlocuzioni dirette con questi Enti e siamo pronti per andare a consegnare le firme a tutti gli uffici cui li abbiamo indirizzati. Le scuole pubbliche paritarie hanno spazi adeguati e docenti garantiti e questo oggi non si può trascurare. Stiamo condannando il nostro paese a un livello culturale bassissimo. Questa è un’emergenza educativa molto grave su cui siamo schierati in prima linea.

Marialuisa Roscino 

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