Le proposte di un linguaggio basato sull’informale e sull’espressionismo astratto Pollock e la Scuola di New York a Roma  L’originalità del gesto creativo dell’artista

Le proposte di un linguaggio basato sull’informale e sull’espressionismo astratto Pollock e la Scuola di New York a Roma L’originalità del gesto creativo dell’artista

Al Vittoriano a Roma una mostra sull'arte sull'opera di Jackson Pollack e Mark Rothko. Testimonianze della corrente artistica dell'espressionismo astratto

Alessandra Cesselon

Al Vittoriano di Roma, in seguito del grande successo, è stata prorogata al 5 maggio 2019 una mostra molto interessante. La rassegna propone una selezione di circa cinquanta opere di una corrente artistica che divenne, per alcuni anni del ‘900, il simbolo della modernità ma anche dell’orgoglio d’oltre oceano contrapposto alla secolare supremazia artistica del vecchio continente.
La Scuola di New York era un’originale comunità di giovani artisti che, tra gli anni ‘40 e ‘60 volevano affermare uno stile moderno e autenticamente americano. Jackson Pollock (1912-1956) divenne uno dei più grandi rappresentanti della Scuola e il suo linguaggio, fatto soprattutto di schizzi di colore, divenne famoso in tutto il mondo.
Gli artisti si esprimevano con una tecnica pittorica originale ma che restava comunque legata al gesto creativo, al colore e spesso alla spatola. Un linguaggio palesemente in contrasto con le creazioni concettuali coeve basate sui redy made, gli oggetti trovati e riqualificati del dadaismo che caratterizzarono una parte dall’arte del secolo scorso. L’arte concettuale non aveva conquistato questi giovani spiriti inquieti.
La ripresa dell’uso del colore, anche se non sempre del pennello, può apparire un ritorno indietro rispetto al presente culturale del tempo, ma rivela della volontà degli artisti di riappropriarsi di tradizioni antiche che sembravano ormai superate nel mondo dell’avanguardia.
Il movimento si caratterizzava per l’apertura a nuovi stimoli culturali come il cubismo, il surrealismo e la psicologia junghiana. Il superamento degli stili europei era uno degli scopi di questa particolare scuola che si basava sull’anticonformismo, l’introspezione psicologica e la sperimentazione.
Pollock e altri artisti scelsero di creare delle opere mediante l’action painting; le tecniche e gli stili erano piuttosto originali. Pollock, come ci ricorda uno dei curatori, Luca Beatrice, usava spesso tele di canapa che venivano poste a terra. L’artista si muoveva intorno a esse spargendo schizzi di colore come in una danza rituale che, in effetti, prendeva spunto dalla cultura degli indiani nativi americani dei quali l’artista era appassionato estimatore.
L’interesse per la ricchezza dei colori rende le sue opere particolarmente interessanti, anche se la sua tecnica non tende a evidenziare un colore unico. La caratteristica principale del suo linguaggio è la realizzazione di una specie di tessuto cromatico fatto di una trama larga e vibrante composta di piccoli nuclei intrecciati.
La vera novità della mostra è la presenza del celebre Number 27. Una grande tela creata da Pollock e lunga oltre tre metri. Quest’opera è stata resa un’icona nell’immaginario artistico grazie al magistrale equilibrio fra le pennellate di nero e la fusione dei colori più chiari. I colori sono vividi e in armonia con le forme spesso circolari, che s’innestano l’una nell’altra e creano un effetto quasi psichedelico.
Gli stili degli artisti erano spesso del tutto differenti tra loro, ma s’identificavano tutti nel nome del movimento: Espressionismo Astratto. La volontà primaria era lavorare sull’espressione pura del gesto in quanto foriera di sentimenti e pulsioni profonde e misteriose. Questa una delle prime caratteristiche comuni a tutti gli interpreti di questo particolare linguaggio.
Del tutto originali, seppur molto diverse, anche le grandi e piatte scansioni cromatiche dell’artista lettone Mark Rothko (1903 – 1970) fatte di campiture e spazi infiniti al posto delle gocce dinamiche lanciate sulla tela del collega Pollock. Spazi colorati del tutto aniconici ma, a loro modo, indimenticabili come suggestioni di metropolitane solitudini.
Da notare che molti di questi artisti “americani”come Willem de Kooning, nato in olanda, Franz Kline, di famiglia tedesca o Rothko, non erano di origini statunitensi. Presente in molti di costoro la volontà di emergere in un contesto culturale e sociale diverso, che avrebbe portato a un’affrancatura dalle diverse terre d’origine.
Il Whitney Museum di New York ha concesso per questa interessante mostra una parte della sua collezione che non sempre lascia gli Stati Uniti.
Partner dell’evento il Museo per la storia del Risorgimento italiano. Patrocinio della Regione Lazio e del Roma Capitale, prodotta e organizzata dal Gruppo Arthemisia in collaborazione con The Whitney Museum of America Art, New York e curata da David Breslin, Carrie Springer e Luca Beatrice.

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