Se il lavoro distrugge la maternità: cosa significa essere una moglie e una madre lavoratrice nel 2019 (soprattutto in Italia)

Mai come oggi la politica odierna è tornata a trattare una delle tematiche più scottanti e centrali nei dibattiti di attualità: l’emancipazione femminile e la sua rinnovata affermazione in una società che appare ancora sensibile a temi etici quali il divorzio e l’aborto (ne è stata un’eloquente prova il congresso mondiale delle famiglie tenutosi il 30 marzo scorso a Verona). È chiaro che, come durante le prime, accese discussioni in merito fra destra e sinistra durante gli anni ’60, oggi il fulcro della questione sia nuovamente il ruolo sociale della donna, sempre più libera nella sua esistenza di lavoratrice competitiva desiderosa di eguagliare – e, molto spesso, superare – gli uomini nella propria carriera e non solo.
La complessa questione della parità di genere in tutti gli ambiti della società in cui viviamo è stata di recente oggetto di una serie di politiche a livello europeo, le quali vincolano gli Stati membri ad assumere un orientamento moderno e progressista nei confronti delle donne.
Una direttiva importante ha stabilito dei parametri precisi: entro il 2020 l’occupazione femminile dovrà arrivare al 75 per cento in ogni paese. La UE, quindi, realizzerà delle classifiche sul tema, senza tuttavia togliere i finanziamenti agli Stati che non osserveranno tale traguardo.
Si tratta di un dato espressivo dell’influenza che l’Europa dimostra di esercitare, specie se si considerano la moltitudine di popoli diversi presenti nel continente europeo, le differenti situazioni economiche e, soprattutto, le culture di riferimento di ognuna di loro.
A tal proposito è indubbio che l’Italia sia da sempre un paese fieramente tradizionalista: i ruoli familiari, in modo particolare quello della donna moglie e madre, sono stati affermati e difesi per secoli, con delle ragioni ben precise alla luce dell’equilibrio privato da salvaguardare.
Se si osserva con attenzione la società odierna, infatti, risulterà evidente lo spaventoso vuoto che contraddistingue la crescita di bambini e adolescenti, una realtà triste e allarmante dovuta all’assenza di entrambi i genitori ogni giorno per tutta la settimana (esclusi, quando va bene, i weekend).
Un tempo la divisione tradizionale dei compiti – presente sino alle famiglie degli anni ’80 e ’90, nelle quali la maternità era ancora considerata una dimensione prioritaria per le donne – impediva che ad occuparsi della vita dei figli fossero tate, governanti o, nei casi i più fortunati, i nonni, oggi i veri protagonisti nell’esistenza dei nipoti dalla scuola materna alle medie.
Insomma, tutto ciò che un tempo rientrava naturalmente nel ruolo materno è sempre più delegato a terzi, persone di fiducia che tuttavia non possono sostituire la figura della mamma. Quest’ultima, dunque, meriterebbe una volta per tutte di essere tutelata davvero a cominciare dalla controversa questione del sostegno alla maternità, nonché alle donne che scelgono consapevolmente di vivere in modo totalizzante questa meravigliosa esperienza.
L’ultimo concetto rientra in un tema dalla cui risoluzione dipende il destino stesso del continente europeo: l’ultimo rapporto Eurostat sulla demografia ha infatti evidenziato che l’Unione europea sta invecchiando progressivamente, riportando dei dati precisi al riguardo. Così l’Irlanda, terra fortemente cattolica da sempre, è la nazione con il più alto tasso di natalità insieme a Svezia, Regno Unito, Francia e Danimarca, mentre il fanalino di coda spetta a Italia, Grecia, Portogallo, Spagna e Croazia, nazioni in cui le donne, evidentemente, preferiscono non fare figli o farne al massimo due.
Fra le tante ragioni imputabili a un rapporto così avvilente e vergognoso per un paese come il nostro, legato da sempre in modo intenso alla retorica sulla figura tradizionale della madre, c’è senz’altro la mancanza di validi aiuti finanziari ai neogenitori e soprattutto alle neomamme: quest’ultime sono sempre più sole in uno Stato sprovvisto di programmi realmente finalizzati al rilancio della maternità, la quale viene invece prevaricata e attaccata di continuo da regimi lavorativi incompatibili con il ruolo materno o in cui addirittura non è ammissibile che una donna metta al mondo dei figli (troppe volte si sente parlare di licenziamenti successivi alla notizia della gravidanza da parte di una lavoratrice o, peggio, di contratti di lavoro non rinnovati in seguito al parto).
Il ruolo sociale della donna in qualità di moglie e madre in Italia può e deve essere difeso meglio, non solo con congedi di maternità di almeno 15 settimane pagati al cento per cento o tramite proposte come il reddito di maternità (1000 euro al mese per chi decide di fare la mamma a tempo pieno secondo il Popolo delle Famiglie), ma anche attraverso un profondo rinnovamento del mondo del lavoro.
Quest’ultimo dovrà essere sempre più pronto e preparato ad accogliere l’imprescindibile natura femminile, a cominciare dalla sua fondamentale capacità riproduttiva.

 


L’immagine esprime l’incompatibilità del ruolo materno con il proprio ambito lavorativo.

 

Tag: maternità, occupazione femminile, ruoli familiari, politiche europee sulla famiglia, congedi di maternità, rilancio della maternità.

 

Giulia Dettori Monna

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